A.C. 2807-A
Grazie, Presidente. Colleghe, colleghi e Governo, io annuncio il voto contrario del Partito Democratico sulla fiducia a questo decreto PNRR.
È un voto contrario netto e, sia chiaro, non è un voto contro il PNRR: è il voto contro rispetto al modo in cui il Governo l'ha gestito. Perché, salvo che qualcuno non creda di essere a Eurodisney - e qualche collega che mi ha preceduto appare davvero dentro una favola -, io penso che oggi possiamo dirlo con certezza, senza tema di essere smentiti: il PNRR, per come è stato condotto, è diventato in larga parte una occasione perduta. Non vuol dire che non ci siano cose buone in questo decreto, ma anche un orologio rotto segna l'ora giusta due volte al giorno. Il problema è l'insieme. C'erano obiettivi straordinari dentro il PNRR, e questa è diventata un'occasione perduta se si guarda ai grandi obiettivi. Un'occasione perduta per il Mezzogiorno, che doveva ricevere il 40 per cento delle risorse e che, invece, ha visto interventi insufficienti persino a raggiungere questo minimo obiettivo che serviva per mantenere il divario attuale tra Mezzogiorno e Nord. È un'occasione perduta per giovani e donne, indicati come priorità nelle assunzioni e nel coinvolgimento, e poi tra i primi ad essere sacrificati, con il vostro Governo, con l'eliminazione dei vincoli. È un'occasione perduta per rafforzare la pubblica amministrazione e costruire una capacità stabile di governo dello sviluppo e dell'economia, e questo decreto lo dimostra con chiarezza.
Primo punto. Non è un decreto di spinta, ma un decreto soltanto di chiusura. Non è un provvedimento che rilancia o mette in sicurezza il PNRR, è un decreto che prova a gestire la fase finale, una fase di fine corsa e quasi da fine impero. Il suo cuore politico non è una visione di investimento, ma di salvare il salvabile. Si rafforzano proroghe, strutture straordinarie, supporti tecnici centrali - non locali, non territoriali! - e poteri sostitutivi. Si moltiplicano gli strumenti per inseguire le criticità, ma non si è stati in grado di intervenire sulle cause. Si prorogano incarichi e strutture persino dopo il 31 dicembre 2026, ma non si mettono realmente in sicurezza i progetti e le scadenze reali. Non si capisce, quindi, per che cosa lo si faccia, oppure si teme e si può temere per il motivo per cui si fa. È questo è il punto, state allungando la gestione ma non completando il lavoro. Tradotto, il Governo certifica che la macchina costruita finora non funziona e risponde aggiungendo altra amministrazione straordinaria ad amministrazione straordinaria e in sintesi, dopo anni di propaganda sull'Italia che corre, arriviamo alla fine del PNRR con uno Stato ancora in regime eccezionale.
Secondo punto. È un decreto omnibus che rivela debolezza politica, perché dentro questo decreto c'è di tutto, non c'è solo il PNRR: c'è sanità, scuola, università, giustizia, trasporti, servizi pubblici locali, previdenza, industria, ambiente e altro l'avete aggiunto con i vostri emendamenti, peraltro del tutto incompatibili con il testo principale, quasi ad anticipare pezzi di riforme che avrebbero meritato di essere trattate nelle Commissioni di merito. Non è un caso, è un segnale preciso, perché quando un decreto contiene tutto significa che manca una linea politica chiara, una programmazione degli interventi, una qualificazione degli interventi. Si procede per accumulo, per emergenze, per compartimenti. Ci sono norme estranee, interventi disorganici, aggiunte dell'ultima ora, persino all'ultimo minuto fuori dagli orari che erano stati concordati. Insomma, un testo confuso, stratificato, senza un disegno coerente. State usando anche il decreto PNRR come il solito contenitore legislativo universale, e il risultato è sempre lo stesso: meno trasparenza, meno controllo parlamentare, più opacità politica.
Terzo punto. Scaricate i problemi sui territori. È questo, forse, il punto più grave, perché il decreto estende le semplificazioni anche agli interventi usciti dal PNRR, modifica programmi, revoca risorse impegnate. Però, nel frattempo, i territori lanciano l'allarme: ANCI denuncia definanziamenti, i sindaci segnalano interventi sociali a rischio, le province chiedono strumenti reali per la fase finale. Il quadro è chiaro, almeno per voi: centralizzate il merito dei risultati che forse otterrete e scaricate sui territori il rischio dei fallimenti. Palazzo Chigi annuncia: i territori pagano. È uno schema che conoscete bene perché lo fate da questi quattro anni, solo che è uno schema che non regge più.
Quarto punto. Sulla sanità non governate, contabilizzate. Il caso più emblematico è la sanità territoriale. Case e ospedali di comunità dovevano rappresentare una riforma strutturale. Oggi dite alle regioni di coprire i maggiori costi spostando risorse loro da altri capitoli. Questo non è governo delle politiche pubbliche, è contabilità. I problemi restano tutti - dal personale, all'organizzazione, dall'integrazione, alla sostenibilità - e intanto inserite norme sugli accreditamenti dentro un decreto omnibus senza affrontare il nodo vero nelle sedi appropriate. La sintesi è evidente: sulla sanità non risolvete nessun problema, provate anche qui a spostarli.
Quinto punto. Imprese e sviluppo. Sul versante delle imprese, guardate, il quadro è altrettanto debole. Transizione 4.0 viene gestita in malo modo, con controlli, convenzioni, rinvii. Tutto necessario, tutto però amministrativo perché manca una strategia industriale. D'altronde, 37 mesi senza un segno positivo su 42 mesi di Governo la dicono tutta sulla produzione industriale, e lo dimostra un Governo che insegue le imprese aprendo tavoli di riparazione. Dopo che fanno il danno, dopo che si alza il polverone, si risolve un danno creato dallo stesso Governo senza una direzione chiara. Spacciate manutenzione burocratica per politica industriale e intanto, per coprire emergenze, sottraete risorse a settori strategici, per esempio la ricerca. Vi è scappato, ma un emendamento è coperto con 5 milioni di euro tolti al CNR, come se non ci fosse già abbastanza sofferenza in quell'ambito.
Sesto punto, l'ultimo. Se ne potrebbero dire tanti, ma qui mi voglio fermare. L'articolo 30: risorse fuori dal controllo parlamentare. Ecco, qui il tema è quello più politico in assoluto, perché anche a leggere il dossier degli uffici della Camera, che non sbagliano, ci sono risorse già esistenti e oltre 1,5 miliardi accantonati destinati ad aumentare. Cosa fate? Le accentrate nei conti del MEF e le assegnate poi con un DPCM senza criteri chiari, senza coinvolgimento del Parlamento, senza trasparenza sulle destinazioni. E soprattutto queste risorse sembrano, almeno nella vostra testa, già orientate a coprire altro tipo di esigenze di bilancio. Ce lo hanno detto tutte le organizzazioni di categoria: date una priorità a quelle risorse, consentite che siano utilizzate per il motivo per cui sono state chieste, perché è vero che costano, ma costano meno che andarle a cercare sul mercato italiano delle risorse finanziarie, ma vanno restituite. Quindi, è importante che siano utilizzate per quegli obiettivi strategici che il PNRR stabiliva. Invece voi cosa state facendo? Forse costruendo un fondo, che sarà alimentato dal PNRR, per fare una politica di bilancio fuori dal controllo parlamentare. Io spero che il Governo ci smentisca. Abbiamo presentato un ordine del giorno, e speriamo che venga accolto, per dare un indirizzo a queste risorse, per fare in modo che non siano nascoste oppure eluse nel controllo da parte da parte del Parlamento; un tesoretto che sarebbe davvero grave se non ritornasse nelle decisioni e nell'ambito della disponibilità del Parlamento. Concludo, colleghe e colleghi. Questo decreto per noi non segna un avanzamento, segna invece un arretramento politico. È il momento in cui il Governo ammette, senza dirlo ufficialmente, che il PNRR è governato solo con l'emergenza - e non è più governato da politica e strategia - con strumenti straordinari, deroghe e spostamenti di risorse. Questa è la vostra sconfitta, e noi non siamo contenti di questo, perché l'abbiamo voluto fortemente, l'abbiamo cercato fortemente. Abbiamo cercato di farne l'occasione per cambiare il Paese, per colmare i divari. Il PNRR, infatti, non doveva essere soltanto una spesa, doveva lasciare un'eredità: una pubblica amministrazione più forte, riforme realmente attuate, una capacità stabile di governo dell'economia e dello sviluppo da parte della pubblica amministrazione e un recupero di funzioni nei territori (sanità, scuola). Questo salto non c'è stato. Abbiamo riforme scritte ma non realizzate, strutture che richiederanno ulteriori risorse per essere completate e poi vedremo quando, tra tre mesi, potremmo tracciare una linea quale sarà il bilancio definitivo: una macchina pubblica che non ha compiuto il salto che era previsto. Era un'occasione storica che non è stata pienamente utilizzata. Per questo il nostro voto è contrario: per il PNRR che avete condotto male e, soprattutto, per la fiducia che avete posto e che questo Governo non merita.